La memoria e la sensibilità sono ancora forti, non importa quanti anni siano passati dall'esecuzione di questo stesso Violinkonzert di Alban Berg (1935), in questa sala e con questa orchestra, eseguita da Isabelle Faust e Claudio Abbado nel 2012, intensamente commovente, di un lirismo doloroso, aereo e sottile come solo Abbado sapeva far respirare la musica, tutta musica ma in particolare quella di Berg, che nelle sue mani era una forma d'avorio, al tempo stesso luminosa e con una forza di persuasione travolgente.
Ciò che Petrenko e Zimmermann propongono è completamente diverso. Tanto per cominciare, perché laddove Faust e Abbado stabilivano un rapporto dialettico in cui il solista e l'orchestra venivano sfidati, ciascuno dall'affermazione risoluta della propria personalità, fino a raggiungere uno stato di sintesi alla fine del secondo movimento, la versione odierna sarebbe stata chiaramente segnata dal punto di vista del direttore d'orchestra, al punto che il solista non svolge più rigorosamente le funzioni di direttore d'orchestra, ma assume piuttosto un ruolo di primus inter pares, di strumento obbligato con momenti occasionali di protagonismo, comunque inserito nel continuum del discorso musicale. Questo è possibile grazie alla personalità discreta di Zimmermann, sempre musicista molto intelligente piuttosto che virtuoso, che dà sempre la priorità alla coerenza dell'esecuzione nel suo insieme piuttosto che all'esecuzione stessa. E questo ci permette di vedere fino a che punto la linea del solista si inserisce all'interno di un discorso orchestrale di raro fascino, tra l'assorto e il suggestivo nel primo movimento, di potente dramma all'inizio del secondo, e gradualmente trasceso man mano che l'opera si muove verso la sua fine, un arco espressivo ed emotivo che in una certa misura può essere paragonato a quello che percorre la Nona Sinfonia di Mahler, almeno nella misura in cui le ultime battute di entrambe le partiture sembrano essere collocate in un palcoscenico al di là della terra.
Zimmermann ha dichiarato che questo concerto è il suo biglietto da visita artistico, e ascoltandolo si ha la sensazione o meglio la certezza di aver interiorizzato l'opera a tal punto da poterla suonare in cento modi diversi per cento direttori d'orchestra diversi. Il cammino di Petrenko parte da terra, dalla rigorosa osservanza della parola scritta. Una volta che le testure sono state chiarite, i ritmi chiaramente definiti, l'ascoltatore ha una visione chiara, oggettiva e raffinata. Nient'altro che il ricordo di un angelo, e tutto il ricordo di un angelo. Il tono, tra la suggestione e la narrazione, dell'iniziale Andante – Allegretto è sensibilmente modificato dallo scossone che dà origine al successivo Allegro – Adagio. L'elemento drammatico penetra la musica, la prende nell'agitazione tra il disperato e l'insubordinato del violino (superbo Zimmermann) e cederà progressivamente il passo a un'atmosfera più domata, più trascesa, alla risoluzione finale in chiave atarassia, calma come fase finale di ogni sofferenza. È nel tracciare questo percorso emotivo e spirituale che si raggiungono i momenti più immediatamente toccanti della performance, ed è qui che Petrenko sviluppa il lirismo ineffabile che ha determinato la versione di Abbado, e che in questo caso non è tanto un clima o un punto di partenza quanto una conseguenza del percorso intrapreso dall'opera stessa. Dalla terra al cielo, con una stazione intermedia in tutte le gioie e le sofferenze. E questo cielo rigoroso, concentrato, austero, Zimmermann sa come prolungarlo con l'opera che offre come suggerimento, per corrispondere all'applauso entusiasta del pubblico, il Largo della Terza Sonata di “Meister Johann Sebastian”, come lui stesso, con voce, annuncia.
Precede di sei decenni il lavoro concertistico di Berg, collocato ai margini del repertorio come molte altre composizioni che Petrenko sta riesumando per i “suoi “ berlinesi (vedi le opere orchestrali di Suk, quelle dell'ancor più sconosciuto Rudi Stephan, la Prima Sinfonia di Mendelssohn dei concerti di apertura di questa stagione, la Quarta Sinfonia di Schmidt proposta nel 2018, o la Sinfonia in fa diesis maggiore di Korngold prevista per il prossimo gennaio), la Sinfonia in fa maggiore di Dvořák (1875), considerata oggi la Quinta del suo genere anche se originariamente pubblicata come Terza, agisce nel contesto di questo programma come un potente contrasto con l'atmosfera tragica, raccolta e tesa della composizione precedente.