Chung chiede molto all’orchestra e dall’orchestra ottiene molto : il pianissimo dei timpani che ripropongono il papapaPaa iniziale in un silenzio raggelante è sottilissimo e di una delicatezza difficilmente raggiungibile per la voluminosa percussione ; impressionanti anche certi crescendo della nutrita sezione di corni, il cui suono si frange e sembra rompersi per spandere lacerti in ogni direzione. Innumerevoli le raffinatezze timbriche del caleidoscopio orchestrale della Fenice, troppi per ripercorrerli in questa sede. Un esempio per tutti : stupendo il transito tra Adagietto e Rondò, in cui l’ultimo La degli archi – i Primi sembrano impugnare un arco di tela di ragno – rimane udibile nel silenzio, morendo da consumato attore sul palcoscenico e ravvivandosi grazie all’intervento del corno. Per onestà, occorre tuttavia segnalare anche qualche inciampo, un paio di sonorità sgraziate e alcuni attacchi imprecisi, come quello che ha anticipato l’arpa di un’intera battuta nel corso del Rondò finale e che vede Chung protagonista di un tenero siparietto quando sussurra : « My fault » all’arpista portandosi al petto la sinistra. Difetti comunque sporadici e veniali in un insieme di raro equilibrio analitico.
Le lacerazioni che caratterizzano la Quinta convivono in assoluta armonia nell’interpretazione di Chung. Il marchingegno contrappuntistico, parossisticamente affollato in alcune zone del secondo e del terzo movimento, non s’inceppa : non c’è ragione per cui un motto del trombone debba confliggere con quello degli archi, il tutto corredato dai commenti del flauto e dai rintocchi delle percussioni : l’insieme funziona a meraviglia e dà un’immagine lucidamente caotica del cosmo interiore del compositore boemo. Il sovraffollamento di spettri, personaggi fiabeschi e fantasmi personali che compone questo arazzo iridescente compaiono nitidi di fronte all’ascoltatore, ben delineati nei loro profili pur nella loro natura evanescente ; essi si fronteggiano e si contrappongono come in un elegante incontro di scherma, schivando dall’origine l’impressione di una zuffa caotica. Il suono sempre vivido permette a ciascuna singola figura di emergere nel gigantesco disegno d'insieme, come fosse composto di piccole, cesellate miniature.
Una Quinta elegante, al contempo delicata e terribile, di grande equilibrio sonoro e dalla gestione sapiente delle polarità interne ; di certo una grande prova per l’orchestra della Fenice.