Gli ebrei oppressi diventano gli italiani soggiogati alla dominazione degli austriaci, gli assiri di Nabucodonosor-Francesco Giuseppe. Gli stessi italiani, proprio sulla mesta soavità corale del Va pensiero, portano a teatro la propria sottomissione diventando a loro volta i giudei di un ottocentesco Nabucco alla Scala. Teatro nel teatro, mise en abîme, rilettura in un contesto altro ; gli ingredienti per una rilettura “nuova” ci sono, ma sono affastellati in un’idea drammaturgica fragile, che non arriva a raccontare un sottotesto convincente e che non fa emergere un’idea di fondo dall’elegante libretto di Solera.
Il cast dà vita a un Nabucco nel complesso dignitoso, musicalmente poco entusiasmante ; del resto la difficoltà acustica dell’Arena è ben nota e penalizza non poco orchestra e solisti. Spicca il timbro scuro e intenso di Amartuvshin Enkhbat, Nabucco possente che – ancorché privo di physique du rôle – risulta a suo agio nella parte, accurato nella dizione e nell’intenzione. Ottima prova anche per Rafal Siwek, stentoreo Zaccaria, basso dalla voce smaltata e ricca di armonici. L’Abigaille di Susanna Branchini lascia piuttosto indifferenti non spiccando per doti vocali né per interpretazione drammatica ; tende inoltre a farsi sopraffare dall’orchestra e pare non avere nulla del demoniaco proprio della complessa eroina verdiana. Più interessante Carmen Topciu nel ruolo di Fenena, voce cristallina e credibile piglio drammatico, che si manifesta nello splendido terzetto con Abigaille e Ismaele, musicalmente molto ben riuscito. Decisamente deludente invece Ismaele, interpretato da Luciano Ganci, tenore dalla bella voce ma dall’intonazione approssimativa e assai precaria.
Il coro, personaggio collettivo principale in Nabucco, porta avanti la sua parte più che egregiamente, a tratti affaticato dall’affollamento di comparse ed elementi scenografici. Un fatale fraintendimento con il direttore giunge proprio sull’akmè dei versi « Arpa d’or de’ fatidici vati », svista che riesce a inficiare l’aria corale – altrimenti splendidamente interpretata – anche nell’inevitabile bis, richiesto a furor di popolo. Anche il direttore Jordi Bernàcer si rivela completamente all’altezza del suo ruolo, con una direzione precisa ed energica, a tratti ruvida per venire a patti con il difficile ambiente acustico. Il sangue e il vigore del rude capolavoro verdiano sono comunque presenti e resi con efficacia.