Ovviamente, privilegiare la resa di Gilda nel senso di una sottolineatura della sua parte femminile è legittimo, ma bisogna essere consapevoli che dietro la sua presunta “umanità” si stagliano tutte le altre eroine romantiche pure di sentimento e disposte al sacrificio, innamorate e caste, premurose e trepide, che somigliano a Gilda come sorelle e la stilizzano nel senso di un'occorrenza in buona parte convenzionale. Fare di Gilda una semplice ragazza innamorata, persino un poco frivola, significa mostrare una totale imperizia nel manovrare gli apparati simbolici del teatro d'opera. Ogni volta che Turturro ha un'idea, si scontra contro una montagna di significati trasmessi dalla tradizione che pesano come macigni anche quando vengono ignorati : la decisione di far muovere i cortigiani a tempo di musica quando interloquiscono con Rigoletto fa pensare più a un musical come A chorus line che all'opera italiana, e le larve nerastre che si agitano nella foresta intorno alla locanda di Sparafucile quando scoppia la tempesta comunicano l'ignoranza di un altro topos operistico – la tempesta – che, in quanto tale, non ha bisogno di essere sottolineato in maniera naïve. Belle, per altro, le scene di Francesco Frigeri, che con il palazzo délabré del Duca evoca in maniera convincente un Ancien Régime in disfacimento, irretito nel vizio e nella violenza perpetrati nella totale impunità – prima che l'angelo vendicatore della Storia renda giustizia a tutte le Gilde con la forza purificatrice della ghigliottina.
Discreta la parte musicale. Ruth Iniesta presta a Gilda uno smalto vocale incontestabile, apprezzabile soprattutto nell'agilità con cui vengono affrontate le difficoltà virtuosistiche della parte (il duetto con Rigoletto “Sì, vendetta, tremenda vendetta”, con l'acuto finale facile e pieno della Iniesta, viene ripetuto a grande richiesta). Le manca però il versante malinconico del personaggio, la nobiltà di chi è destinato al sacrificio, l'aura di sublimità di cui Verdi la circonfonde, e la sua resa diventa veramente soddisfacente solo dal secondo atto, quando il presagio insinuato dalla musica fin dall'inizio come un fremito appena udibile si trasforma prima in dramma – il rapimento, l'invocazione della vendetta – e poi dilaga finalmente in tragedia.
George Petean è un Rigoletto elegante ma forse di timbro troppo chiaro per la parte : non potremmo immaginare contrasto più forte con Leo Nucci, che ha cantato quel ruolo in due repliche. Petean tornisce le frasi in maniera ineccepibile, ma manca di quel fondo torbido nella voce che deve dare a Rigoletto il suo spessore e testimoniare l'ethos contrastato del personaggio. Buoni la Maddalena di Martina Belli e il Monterone di Sergio Bologna, ottimi il Duca di Stefan Pop – ben centrato nella parte di un seduttore spregevole ma di nobili natali – e lo Sparafucile di Luca Tittoto. Stefano Ranzani dirige tutto con sufficiente efficacia ma con i difetti consueti : la paletta dinamica è talmente uniforme che tutte le sfumature vengono appiattite, e i tempi sono troppo veloci. Il desiderio di mantenere vivo l'impulso spinge a volte Ranzani a staccare tempi così rapidi da far degenerare le battute dei personaggi e del coro in un rap forsennato e privo di senso, ed è un peccato perché Francesco Maria Piave firma con Rigoletto un libretto che, pur piegato essenzialmente alle esigenze della musica, contiene tesori di finezza drammaturgica.